Santa Rosalia

Rosalia de’ Sinibaldi (1130 – Palermo, 4 settembre 1170) è venerata come santa vergine dalla Chiesa cattolica; secondo la tradizione, appartenne alla nobile famiglia dei Sinibaldi/Berardi del XII secolo.
Rosalia de’ Sinibaldi (o di Sinibaldo) nasce nel Medioevo, nella prima metà del XII secolo, intorno al 1130. La tradizione narra che nel 1128, mentre osservava il tramonto dal Palazzo Reale con sua moglie, la contessa Elvira, una figura apparve al signore normanno di Sicilia Ruggero II d’Altavilla dicendogli: «Ruggero, io ti annuncio che, per volere di Dio, nascerà nella casa di Sinibaldo, tuo congiunto, una rosa senza spine». Per questo motivo pare che, poco tempo dopo, quando nacque, la bambina venne chiamata Rosalia.
Suo padre, il conte Sinibaldo de’ Sinibaldi, signore della Quisquina e del monte delle Rose (attuali territori di Santo Stefano di Quisquina e Bivona, siti in provincia di Agrigento), faceva discendere la sua famiglia da Carlo Magno e dai Conti Marsi. Sua madre, Maria Guiscardi, era a sua volta di nobili origini e imparentata con la corte normanna (alcuni pensano che Maria fosse nipote dello stesso Ruggero II). Da giovane Rosalia visse in ricchezza presso la corte di Ruggero II, ma anche presso la villa paterna, che doveva trovarsi nell’attuale quartiere dell’Olivella. Rosalia, educata a corte, per la sua bellezza e gentilezza nel 1149 divenne anche damigella d’onore della regina Sibilla, seconda moglie di Ruggero. Un giorno il conte Baldovino (erroneamente identificato con Baldovino III di Gerusalemme) salvò il re Ruggero da un animale selvaggio, un leone secondo la leggenda, che lo stava attaccando; il re allora volle ricambiarlo con un dono e Baldovino chiese in sposa Rosalia. Il giorno antecedente le nozze, Rosalia, mentre si specchiava, vide riflessa nello specchio l’effige di Gesù Cristo. La ragazza, il giorno seguente, si presentò alla corte con le bionde trecce tagliate declinando l’offerta e preferì abbracciare la fede, cui si era già dedicata da fanciulla. A quindici anni abbandonò quindi il Palazzo Reale, il ruolo di damigella e la casa paterna e si rifugiò presso il monastero basiliano del SS. Salvatore a Palermo, ma ben presto anche quel luogo fu troppo stretto a causa delle continue visite dei genitori e del promesso sposo che cercavano di dissuaderla dal suo intento. Dopo aver scritto una lettera in greco e aver lasciato una croce di legno e averli dati alle monache, decise quindi di trovare rifugio presso una grotta nei possedimenti del padre, che aveva visitato da fanciulla, presso Santo Stefano Quisquina. Lì, secondo la tradizione, visse per dodici anni. All’ingresso della grotta Rosalia scrisse un’epigrafe in latino prima di fuggire. Successivamente la regina Margherita di Navarra consente a Rosalia di tornare a Palermo, occupando un’altra grotta, la grotta di Monte Pellegrino. Lì, morì in pace e solitudine, dormendo.
Nel 1625 la Santa salvò Palermo dalla peste e ne divenne la patrona, esautorando, difatti, gli altri patroni della città, tra cui Cristina, Oliva, Ninfa e Agata. Mentre infuriava una terribile epidemia arrivata in città il 7 maggio 1624 da una nave proveniente da Tunisi, la Santa apparve a un povero ‘saponaro’, Vincenzo Bonelli, era il 13 febbraio 1625 e il Bonelli, avendo perso la giovane consorte quindicenne a causa della peste nera, era salito sul Monte Pellegrino sul far della sera con l’intento di gettarsi giù dal precipizio prospiciente il mare per farla finita, causa la sua disperazione per la prematura scomparsa della giovane moglie.
Al momento di mettere in atto il suo triste intento, gli apparve innanzi una splendida figura di giovane donna pellegrina, bella e di grande splendore, che lo dissuase dal suo proposito, portandolo giù con sé al fine di mostrargli la sua grotta; infatti, lo condusse nei pressi dell’antica Chiesa di S. Rosolea, già allora esistente e dove la si venerava da antica data, nei pressi della famosa grotta che ella gli indicò come la sua “cella pellegrina”. Scese con lui dalla cosiddetta “Valle del Porco” verso la città, esortandolo a pentirsi; lo invitò a informare, dopo aver fatto ciò, il Cardinale Giannettino Doria, Arcivescovo della città di Palermo, che le ossa già in precedenza rinvenute dalla giovane Girolama La Gattuta grazie a un’apparizione in quella grotta incastonate nella roccia e che si presumeva potessero essere della Santa eremita ma delle quali non era certa l’origine e che erano già state raccolte e venivano custodite nella cappella personale del Cardinale, erano veramente sue; inoltre, che non si facessero più “dispute e dubbii” e che, infine, venissero portate in processione per Palermo, poiché lei, Rosalia, aveva già ottenuto la certezza, dalla gloriosa Vergine Madre di Dio, che, al passaggio delle sue ossa e al momento preciso del canto del Te Deum Laudamus, la peste si sarebbe fermata.
Rosalia gli disse inoltre: “E per segno della verità, tu, in arrivare a Palermo, cascherai ammalato di questa infermità [la peste] e ne morrai, dopo aver riferito tutto ciò al Cardinale: da ciò egli trarrà fede a quanto gli riferirai”. Tutto questo il povero “saponaro” Bonelli lo raccontò al suo confessore, padre Don Pietro Lo Monaco, parroco della Chiesa monumentale di Sant’Ippolito Martire al Capo, che glielo fece riferire subito al Cardinale di Palermo, il quale – constatando che realmente il Bonelli si era improvvisamente ammalato di peste e ne stava di lì a breve morendo – gli diede credito e, il 9 giugno 1625 fece fare una solenne processione con le reliquie ritrovate l’anno prima, liberando immediatamente durante la processione delle sante reliquie di Rosalia la città di Palermo dalla peste.

4 Settembre 2018 | Santo del giorno